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Synthesis (La Plata)

versión impresa ISSN 0328-1205

Synthesis (La Plata) v.11  La Plata ene./dic. 2004

 

ARTÍCULOS

Da Apollonio Rodio ad Aristeneto: persistenze e innovazioni di un paradigma mitico

Anna Tiziana Drago

Universitá degli Studi di Bari

RESUMEN
La principal característica de la quinta carta de las Epistolaí de Aristéneto proviene de la identidad literaria de Medea en el tercer libro de Argonautica de Apolonio Rodio. De tal manera, la carta se observa como un ejemplo interesante de un texto "re-escrito" del tercer libro del poema, el cual, abastecido por la memoria sáfica de los síntomas del amor, es considerado un punto de expansión y difusión de un núcleo teorético de la literatura erótica greco-latina.

PALABRAS CLAVE: Paradigma mítico; Aristéneto; Apolonio Rodio.

ABSTRACT
The main character of fifth letter of Epistolaí of Aristaenetus comes from the literary identity of Medea of third book of Apollonius Rhodius' Argonautica. Thus, the letter points out as an interesting example of a text rewriting the third book of the poem, wich, fueled by sapphic memory of symptoms of love, is considered a point of expansion and diffusion of some theoretical nucleus of greek-latin erotic poetry.

KEY WORDS: Mythic Paradigm; Aristaenetus; Apollonius Rhodius.

Strategia di sopravvivenza delle figure paradigmatiche è, come suggerisce Hans Blumenberg, il criterio della modificabilità, per cui intorno al nucleo "biotico' dei personaggi mitici si affollano griglie di ricezione sempre nuove, che ne confermano o alterano incessantemente il senso e la portata. 1
Un esempio interessante di rilettura di una sequenza mitica significativa è fornito dalla lettera quinta del secondo libro delle di Aristeneto, scritta da una fanciulla che reca il nome parlante di Partenide ad una compagna di nome Arpedona.2 La protagonista, ancora ignara dei tormenti di Eros e disarmata di fronte al sopraggiungere della passione, descrive con dovizia di particolari la straordinaria bellezza e l'abilità canora e musicale di un giovane, paragonato per queste sue doti nientemeno che ad Achille (rr. 7-9). In seguito al primo incontro con l'amato, il cuore della protagonista è incessantemente in subbuglio e, infiammato d'amore, sembra voler balzare fuori dal petto (rr. 14-15). Alla vista di tanta bellezza, Partenide prova, infatti, in concitata successione, vergogna, paura, gioia mozzafiato (rr. 16-18). La fiamma dolcissima che le è penetrata dentro le procura un dolore inesplicabile e torrenti di lacrime irrefrenabili le scorrono giù dalle guance (rr. 20-22). Pensieri ed emozioni contraddittorie si impadroniscono della fragile fanciulla, che vive ancora ritirata nelle proprie stanze e a mala pena può eludere la vigilanza: Partenide, in balia di una situazione conflittuale, inizia ad accorgersi del volere della natura, che sembra non fare alcun conto delle leggi (rr. 45-47). La protagonista, ormai impotente di fronte all'irrompere della passione, invoca i consigli della confidente Arpedona su una materia sino a quel momento sconosciuta (rr. 52-56).
1. Alla luce di questi dati contenutistici, appare del tutto evidente come il tema dominante della lettera sia la descrizione del primo affacciarsi dell'amore nella vita di una fanciulla: questo ganglio tematico sollecita, con il proprio orientamento determinante, la riduzione di ogni interesse al fuoco centrale della persona dell'innamorata.3 Non sorprende, dunque, come tale nucleo unitario, intorno a cui ruotano quei temi che si sono depositati via via in convenzione, ripercorra settori altamente formalizzati della langue erotica greca. Si spiega così il riuso, esplicito o tendenziosamente sottaciuto, di topoi , lessico e consuetudini retoriche proprie della letteratura erotica greco-latina (dalla poesia saffica a quella epigrammatica, dall'elegia erotica ellenistica al romanzo, all'elegia latina), che, per un'ormai acquisita convinzione critica, individua i modelli maggiormente presenti nell'epistolario. 4
(a) E infatti, il riuso della tradizione erotica emerge sin dalle righe iniziali della lettera in cui la fanciulla, che paragona il canto dell'amato ad un concerto di Muse e Cariti (rr. 3-4),5 assimila la bellezza del giovane a quella di Achille (rr. 7-8): la figura dell'eroe come termine di paragone della bellezza maschile, insieme alla menzione dei quadri che ne rappresentavano le grazie, è riferimento già romanzesco e compare in un noto passo di Achille Tazio (6, 1, 3).6 Secondo un'immagine frequente in poesia erotica, dagli idilli teocritei alla poesia latina, l'amore è presentato come ferita causata dalla freccia di Eros o di Afrodite che colpisce al fegato, ritenuto sede di emozioni come l'angoscia e la collera e, in particolare, del sentimento erotico.7 In particolare, la localizzazione della ferita al fegato richiama precisamente l'immagine archilochea dell'amore che si insinua «sotto il cuore» (fr. 191 W. 2 ), ripresa anche da Apollonio Rodio (3, 287) e da Meleagro ( AP 12, 83, 2). Consuete nella letteratura erotica greco-latina sono anche l'immagine di Eros tedoforo e la metafora della freccia d'amore.8 L'immagine ossimorica della "fiamma dolcissima', che individua con efficacia l'ambiguità dell'amore (r. 18), riecheggia un linguaggio erotico ormai cristallizzato, a partire almeno dal testo principe di Saffo (fr. 130, 2 V.).9 E ancora. Il makarismós alla vergine ignara dei 10 sviluppa il motivo di ascendenza saffica della passione d'amore che distoglie dalle attività consuete;11 conseguentemente, l'attività del lanificio, menzionata alla r. 33, e, poi, alle rr. 34-36, è - come già nella tradizione - contrapposta all'amore. 12 Sono, poi, presenti nella lettera altri motivi non propriamente erotici, ma che hanno spesso una ricaduta erotica. E così, le rr. 45-47 ( ) riprendono in maniera letterale la massima di marca sofistica presente nell' Auge euripidea, che stigmatizza la contrapposizione di fæsiw e nñmow (cfr. fr. 7 Jouan-Van Looy: ). 13 Allo stesso modo, le righe della lettera in cui la fanciulla interpreta come presagio favorevole il suo starnuto - righe peraltro citate dal Leopardi nel cap. 6 del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi , dedicato appunto alle credenze popolari relative allo starnuto - hanno alle spalle una tradizione già omerica che considerava lo starnuto un segno soprannaturale circa la riuscita di un progetto.14 La rilettura erotica del motivo, che interpreta lo starnuto come auspicio favorevole alla riuscita di un progetto amoroso, è evidente sin dagli idilli teocritei e si ripercuote nella poesia catulliana e nell'elegia latina. 15
(b) L'analisi del microtesto offre ulteriori spunti di riflessione: ai motivi presenti nell'epistola corrispondono, infatti, numerosi riecheggiamenti lessicali.
La lettera, che, sin dalle prime righe, fa registrare una significativa frequenza di citazioni letterali da altri autori,16 non disdegna il lessico dei romanzieri: la descrizione dei sentimenti contrastanti della fanciulla alla vista del giovane (rr. 16-18: ) risente vistosamente della reazione attribuita da Senofonte Efesio ad Abrocome e Anzia, che alternano vergogna, paura e intensa gioia (1, 9, 1: ).17 Numerose sono le iuncturae di alta caratura poetica. Il modulo della r. 12 ( ), ad esempio, che ricorre anche in un passo delle Leggi di Platone (4, 705a: ) e in un'epistola di Eliano (13: ), risale al linguaggio alcmaneo.18 Il nesso (r. 49), già presente in Saffo (fr. 163 V.: ) e in Ibico (fr. 7, 2 D.: ), riecheggia il linguaggio della lirica. 19
2. L'analisi della lettera può essere, tuttavia, ulteriormente approfondita. E infatti, Partenide, fanciulla ancora ignara dei tormenti di Eros, deriva, a mio avviso, la sua identità letteraria dalla Medea delle Argonautiche di Apollonio Rodio, quale emerge soprattutto dal III libro del poema. È noto, infatti, che Apollonio affida alla narrazione di questo libro - distinguendola in due tempi (3, 284 sgg. e 962 sgg.) - la descrizione della sindrome amorosa di Medea al cospetto di Giasone; ed è stata autorevolmente dimostrata la relazione tra gli snodi essenziali della narrazione del III libro e il fr. 31 V. di Saffo, prototipo "patografico' di tanta letteratura erotica.20 L'epistolografo estrapola dal poema epico quella che individua come l'"essenza' del personaggio, una Medea, ormai dimentica della sua natura mitica - oltre che della sua origine tragica (euripidea) - e ridotta alla dimensione "minore' di ingenua fanciulla, alle prese con la prima, e perciò devastante, esperienza amorosa (e andrà ricordato che lo stesso proemio del III libro delle Argonautiche si apre con l'invocazione ad Erato, musa della poesia amorosa, che «incanta con i pensieri d'amore le vergini non ancora domate»). La lettera si segnala, dunque, come un interessante esempio di riscrittura di un testo - il III libro del poema - che, alimentato dalla memoria saffica della sintomatologia d'amore, costituisce un punto di amplificazione e di diffusione di alcuni nuclei teorici della poesia erotica greco-latina.
È stata notata la puntuale ripresa da parte dell'epistolografo di singoli punti del testo di Apollonio:21
le rr. 22-26 ( ), che descrivono lo stato d'animo di agitazione della fanciulla, imitano vistosamente la nota comparazione apolloniana tra il fenomeno della rifrazione di un raggio di sole in un secchio e i pensieri ansiosi che si agitano nel cuore di Medea (3, 756-60: ). 22 E analogo tenore di allusività letterale è individuabile per le rr. 44-45 (), in cui la protagonista manda in malora il pudore e il ritegno di una verginità avvertita ormai come coercitiva e cita pressoché alla lettera un passo di Apollonio Rodio, dove Medea sembra voler risolvere l'antinomia tra repressione e desiderio nel senso dell'aiuto concreto portato a Giasone (3, 785-86: ). Andrà, dunque, preliminarmente notato che le due citazioni letterali da Apollonio - il paragone con il fenomeno della rifrazione di un raggio di sole e il concetto del pudore e della fama "mandati in malora' - ripropongono, sul piano dell'analisi psicologica, l'oscillazione tra due passioni ingovernabili (amore vs pudore).23
E tuttavia, al di là della puntuale ripresa di singoli punti del testo di Apollonio, la parallela impostazione del racconto sull'indagine interiore delle protagoniste dichiara l'identità profonda dei due personaggi: la Medea di Apollonio, divisa tra il desiderio di aiutare Giasone (e di cedere dunque alla passione) e le remore inibitorie del pudore e della fama; la protagonista della lettera, sospesa più semplicemente tra l'irrompere dell'amore e il tentativo di sottoporre ad un controllo razionale la forza temibile delle passioni. L'esito narrativo delle due vicende è pour cause analogo: per la protagonista dell'epistola, come per la Medea di Apollonio, le ragioni dell'amore risultano, nel conflitto interiore, vincitrici sulle forze antagoniste; il conflitto monologico tra passione e pudore sarà vinto, in entrambi i casi, dall'irrompere della passione.
Andrà preliminarmente notato che Partenide come Medea deriva la sua identità profonda dall'essere appunto una vergine, che non conosce orizzonte diverso da quello della casa dei propri genitori: le rr. 30- 32, in cui la protagonista si stupisce del fatto che Eros faccia violenza ad una fanciulla non iniziata ai misteri dell'amore, che vive nelle proprie stanze ancora sotto tutela e stretta sorveglianza24 riecheggiano i pensieri espressi da Medea nel III libro delle Argonautiche , dove l'eroina indica come suo orizzonte morale prioritario la necessità di darsi pensiero della sua vita di vergine e della casa dei propri genitori (vv. 639-40). La riconosciuta omogeneità tra i due personaggi permette un gioco incessante di rispecchiamenti, richiami, sovrapposizioni allusive, che dall'epistola si irradiano alle diverse sezioni del III libro. E infatti, l'immagine dell'amato delineata da Partenide, che ne rievoca la bellezza straordinaria che non trova eguali se non nell'eroe Achille e l'armonia della voce (rr. 7-8), pur riproponendo un elemento topico,25 si sovrappone a quella di Giasone, di cui Medea, in occasione del primo incontro, non può fare a meno di rilevare l'eccezionale bellezza - non paragonabile a quella di nessun altro uomo - la voce e le parole (vv. 453-58). Che anche per la protagonista dell'epistola si tratti del primo incontro con l'amato è garantito dalla puntuale imitazione, alle rr. 16-18, del passo di Senofonte Efesio, in cui la descrizione dei sentimenti contrastanti di vergogna, paura e intensa gioia si riferisce al momento inaugurale della relazione tra Abrocome e Anzia.26 Il riferimento, presente nell'epistola, al cuore della fanciulla in subbuglio e pronto a balzare fuori dal petto (rr. 14-15: ), ricorda da vicino la sindrome provata da Medea, il cui cuore sembra voler uscire fuori dal petto: cfr., in particolare, con il medesimo incipit , il v. 755: . La descrizione della fanciulla, che lascia scorrere dalle guance torrenti di lacrime (rr. 21-22: ), 27 ricorda le lacrime versate da Medea, sia in seguito al primo incontro con Giasone (cfr. vv. 461-62: ), sia ad un momento ulteriore di riflessione ( : v. 761). La stessa immagine della testa appesantita sulle ginocchia (rr. 15-16: ) ravviva il ricordo della reazione di dolore di Medea e di Calciope, che, l'una accanto all'altra, angosciate per la sorte degli Argonauti, chinano il capo sul petto (v. 707: ). In modo analogo, il della protagonista sembra alludere all'incessante andirivieni della Medea apolloniana, i cui movimenti fisici traducono efficacemente lo scontro delle forze psichiche: all'atto di sfregarsi le mani della protagonista della lettera (rr. 36-37),28 si contrappone il nervoso movimento dei piedi della protagonista delle Argonautiche (cfr. vv. 835-37).29 E non è improbabile che la stessa immagine della dedita al lanificio e ancora ignara dei (rr. 32-33), così come la scenetta finale delle donne impegnate in qualche trama o ordito, sia stata sollecitata all'epistolografo dall'immagine della filatrice che lavora la lana ed individua una similitudine domestica della prima, potente rappresentazione dell'amore di Medea: «Come una povera donna, che vive lavorando la lana, getta fuscelli sopra il tizzone ardente, e nella notte il bagliore della fiamma brilla sotto il suo tetto (si è alzata prestissimo) e la fiamma inestinguibile che si leva dal piccolo legno riduce in cenere tutti i fuscelli; cosi, a questo modo, il terribile Eros, insinuatosi dentro il cuore, ardeva in segreto» (vv. 291-97). Ad un livello ulteriore di approfondimento, si può osservare che il linguaggio della lettera si avvale, con un'insistenza che merita interesse, della metafora del fuoco, che una lunga tradizione rende praticamente sinonimica all'enunciazione diretta dell'eros: cfr. (r. 15), (r. 18), (rr. 26-27). All'interno di questo campo semantico, si segnala la formulazione delle rr. 18-19 del fuoco d'amore che penetra dentro al cuore della fanciulla ( ), dove, evidentemente, l'immagine presuppone la duplice metafora ad incastro dell'amore che è fuoco e insieme freccia e s'intende solo dopo la similitudine apolloniana di Eros arciere che colpisce Medea sotto il cuore con il suo dardo simile a fuoco (3, 278-87).30 La stessa formulazione ossimorica, che definisce ripetutamente nella lettera l'ambiguità dell'amore (cfr. r. 18: er. 53: ), trova il suo corrispettivo nelle numerose formulazioni del III libro apolloniano (cfr. l'immagine del "dolore dolcissimo' al v. 290 e quella del "terribile Eros' ai vv. 297 e 1078); nell'epistola come in Apollonio l'ossimoro, oltre a rientrare in un linguaggio erotico ormai cristallizzato (basti citare ancora una volta il testo principe di Saffo: fr. 130, 2 V.), è destinato ad assumere valore tematico come segnale del contrasto tra la violenza della passione e le remore inibitorie delle due protagoniste.

NOTAS

1. Blumenberg (1991:168).

2. Di Aristeneto, autore di cinquanta lettere d'amore tramandate da un codice viennese del XII secolo, si sa ben poco: è probabile che i limiti cronologici della sua vita vadano fissati nel primo decennio del VI secolo; è anche possibile - come ha argomentato W.G. Arnott (1982:291-94) - che la raccolta di lettere attribuita ad Aristeneto sia in realtà opera di un anonimo autore bizantino convenzionalmente indicato con il nome di Aristeneto. È solo nella seconda metà del novecento, e specie a partire dagli anni settanta, che si è andato affermando un crescente interesse di ricerca nei confronti di questo autore, un interesse che ha coinvolto anche studiosi autorevoli come Albin Lesky (1951) e il già citato Arnott (cfr. 1968:119-24; 1973:197-211; 1975:9-31). Tra i contributi più recenti, che seguono all'edizione dell'epistolario curata da J.-R. Vieillefond per la Collection Budé (1992), andrà segnalata la traduzione spagnola delle Lettere curata da R.-J. Gallé Cejudo (1999), con ampia introduzione e brevi note di commento. In Italia, dove a tutt'oggi l'unica traduzione integrale dell'epistolario è quella pubblicata a Pisa dal Perini quasi due secoli fa, nel 1807, è stato uno studioso della scuola milanese - Giuseppe Zanetto - che si è occupato con risultati apprezzabili delle epistole di Aristeneto (cfr. 1987:193-211; 1988:145-61; 1989:569-77). E tuttavia, dopo il commento ottocentesco di Boissonade (1822) manca un'indagine sistematica sul corpus delle Lettere . Di prossima pubblicazione è una mia traduzione con commento dell'epistolario, che, oltre a fornire per l'appunto un commento sistematico delle lettere, intende far luce sul meccanismo poetico che sottende le epistole; si tratta, evidentemente, di un meccanismo estremamente complesso in quanto le epistole costituiscono il testo collettore di una eccezionale stratificazione culturale, che fa capo al grande serbatoio della tradizione letteraria greca e - forse - anche latina.

3. L' argumentum apposto alla lettera (sicuramente non autoriale, ma di età posteriore: vd. Vieillefond (1992:XXV), recita così: Una vergine innamorata di un citaredo.

4. Vd., in proposito, le osservazioni di Zanetto (1987:197 e 201).

5. L'associazione Muse-Cariti è un luogo comune dell'immaginario letterario greco, già a partire dalla Teogonia esiodea (v. 64): cfr., ad esempio, Sapph. fr. 128 V.; Thgn. 15; Pi. N . 4, 1-8; 9, 53-55; B. 19, 3-6; E. HF 673-75; per altri luoghi vd. West (1966:177.

6. Nel romanzo di Achille Tazio è verosimile, come nota Grimal (1958:974 n. 1), che si tratti di un «tableau représentant la scène célèbre du jeune Achille caché à Scyros, parmi les filles du roi Lycomède, et déguisé en femme». Achille come emblema di bellezza maschile compare, insieme a Nireo, Narciso, Giacinto, anche in Caritone (1, 1, 3) e in Luciano ( DMort. 18, 1).

7. L 'immagine dell'amore come ferita causata dalla freccia di Eros o di Afrodite che colpisce al fegato è, ad esempio, in Teocrito (11, 16 e 30, 10). Il fegato è sede dell'angoscia in A. Ag. 432, della collera in S. Ai. 938; Hor. carm. 1, 13, 3 e serm. 1, 9, 66, del sentimento erotico in Theoc. 11, 16; 13, 71; Bion. 1, 48; Anacreont. 33, 27-28 W. 2 ; Hor. carm. 1, 25, 13-14; 4, 1, 12; epod. 5, 37-38; epist. 1, 18, 72; sede dell'amore erano, in particolare, gli : cfr. Theoc. 7, 99; Herod. 1, 56-57; Mosch. 1, 17; Mel. AP 12, 80, 1; 81, 6; Dion. Hal. A. R. 11, 35, 4; sul motivo vd. Fantuzzi 1985, 85 n. 367 e Reed 1997, 223 con bibliografia.

8. Sul motivo della fiamma d'amore, organico all'equazione amore- e attestato sin da Saffo (fr. 31, 10 V.), nell'ambito del turbamento psicofisico provocato dalla passione amorosa, vd. almeno Lanata (1966:77-78), Di Benedetto (1985:145-56) e, per le sue ripercussioni nella letteratura alessandrina, Giangrande (1968:53-54 = 1984, III 91-92); sulla sintomatologia dell'innamoramento nel romanzo vd., in particolare, Maehler (1990: 1-12). Arco e frecce sono, nella letteratura greca conservata, propriamente attributi di Eros, talvolta assegnati, per estensione, alla madre Afrodite; si veda in proposito, da ultimo, Bonanno (1996:155-159), con bibliografia precedente.

9. Il parallelo cronologicamente e contenutisticamente più vicino ad Aristeneto è la ben nota descrizione del turbamento di Museo di fronte alla bellezza di Leandro (v. 167: ma cfr. già il meleagreo di AP 12, 63, 6 = HE 4489). L'ossimoro richiama con efficacia il "dolceamaro' di Saffo (fr. 130, 2 V.; cfr. anche Thgn. 1353), il "dolcissimo e doloroso' dell' Ippolito euripideo (v. 348), il "dolce e travagliato' del fr. 875 N. 2 = J.-vL. di Euripide, il "dolcelacrimoso' di Meleagro ( AP 7, 419, 3), nonché l'immagine del "dolore dolcissimo' che, al primo insorgere della passione per lo straniero, consuma l'animo di Medea nella narrazione apolloniana (3, 290). Un'immagine ossimorica ricorre nell'epistola anche alla r. 53 ( ): modello di quest'ultima immagine sembra essere, in particolare, un epigramma di Meleagro ( AP 12, 109, 3 = HE 4310: ). La coppia antinomica dell'amore "dolce-amaro' è, comunque, molto frequente negli alessandrini: cfr., oltre ai passi citati supra , Posidipp. AP 5, 134, 4 = HE 3057; Asclep. AP 12, 153 = HE 900-901; Mel. AP 12, 81, 2 = HE 4459, 132b, 8 = HE 4117, 154, 4 = HE 4561; Anon. AP 12, 99, 6 = HE 3689.

10. Andrà ricordato che hanno connotazione erotica a partire da Saffo (fr. 130, 4 V.).

11. Sul topos , che ricorre anche in altre lettere dell'epistolario, mi sia consentito rinviare a un mio contributo. Cfr. Drago (2002:234-35 n. 10).

12. Già in Luciano ( DMeretr . 6), il faticoso lavoro della tessitura è contrapposto all'attività di cortigiana; il motivo, presente, probabilmente, anche nella commedia di Menandro, che, nel Punitore di se stesso (fr. 80 K.-A.) fa cenno a un personaggio femminile intento a questa attività, è comune nella tradizione epigrammatica ed è attestato soprattutto in alcuni epigrammi del VI libro dell' Antologia Palatina (cfr., ad esempio, Anon. 48 e [Nicarc.] 285); già in Saffo (fr. 102 V.), tuttavia, una fanciulla, soggiogata dal desiderio, confida alla madre di non riuscire più ad attendere al quotidiano lavoro del telaio: sul topos si rinvia diffusamente a Drago (2002:234 e n. 10).

13. Alla massima euripidea alludono, peraltro, anche Menandro ( Epitr. 1123-24) e il comico Anassandride (fr. 66 K.-A.); per ulteriori loci vd. Jouan-Van Looy (1998:324).

14. Cfr. Hom. Od. 17, 541; e cfr. anche h Hom . 4, 297; sulle valenze ominose dello starnuto si possono confrontare anche Ar. Av. 720; Philem. fr. 101 K.-A.; Xen. An. 3, 2, 8; Nonn. D. 7, 107.

15. Cfr. Theoc. 7, 96, dove sono gli Eroti in persona che starnutiscono per Simichida innamorato, e 18, 16, in cui lo starnuto favorisce gli amori di Elena e Menelao; cfr., inoltre, Cat. 45, 8-9 e 17- 18, in cui il dio Amore starnutisce la sua approvazione all'amore di Acme e Settimio. Per l'elegia latina cfr. Prop. 2, 3a, 24, dove lo starnuto di Amore alla nascita di Cinzia è indice della sua benedizione benevola sulla fanciulla. La variante della lampada che "starnutisce' e appare come il fausto presagio dell'arrivo dell'amata è presente, in età augustea, in Marco Argentario ( AP 6, 333, 1-2 = GP 1365-1366) e in Ovidio ( ep. 19, 151); sulle valenze ominose dello starnuto in generale vd. Gow (1952 2 :156); su altri presagi vd. Rosati (1996:218-19), con bibliografia.

16. Frequenti, in particolare, le citazioni dalle Immagini di Filostrato: le rr. 4-5 ( ), che rilevano la particolarità dello sguardo del giovane, pieno di intelligenza musicale e di attenzione per le melodie, riecheggiano 1, 21, 2, dove il petto di Olimpo si rivela colmo non solo del suo fiato, ma anche «intelligenza musicale e di attenzione alle modulazioni» ( ). L'immagine della fanciulla con il capo appesantito sulle ginocchia e inclinato sulla spalla (rr. 15-16: ) imita vistosamente la descrizione delle baccanti in preda ai furori bacchici fornita da Filostrato in 1, 18, 3: ).

17. La descrizione delle reazioni alla vista dell'oggetto dei desideri, ricorrente, oltre che nel romanzo (cfr. Charit. 2, 5, 4; Hld. 3, 3), nella commedia e nell'elegia latina (cfr. Plaut. Mil. 1272-73, Poenul. 260-61; Ter. Eunuch. 84; Prop. 2, 29, 25-26; 4, 4, 21-22; Tib. 4, 2, 3-4; Ov. ep. 15, 251), contiene, comunque, elementi stereotipati: vd. Hoelzer (1899:23-24). Peculiare del romanzo è, tuttavia, la descrizione del conflitto emozionale: sul motivo vd., in particolare, Fusillo (1990:201-21).

18. Per il modulo della r. 12 Mazal cita il passo delle Leggi , dove, però, l'espressione si riferisce alla prossimità del mare ad un luogo; tuttavia, come rileva Arnott (1975:25), la relazione intertestuale è qui più complessa e il passo platonico, come anche il passo di Eliano, è adattamento di un frammento di Alcmane (108 D.: ); sull'espressione, ritenuta da alcuni proverbiale, vd. Bühler (1982:152).

19. Sul nesso cfr. anche Pi. P. 10, 59 (), fr. 95, 4 Sn. (); Ar. Ec. 972 (); Hld. 3, 3, 23 ().

20. Vd. Bonanno (1990:159-62).

21. I riferimenti puntuali ad Apollonio non sfuggono agli editori, già a partire da Boissonade (1822:650, 655).

22. Sul senso della comparazione in Apollonio Rodio vd. Fränkel (1968:376-80); Vian (1980:133); un utile aggiornamento sugli studi di ottica in età ellenistica è in Russo (2000: 202-5). Il paragone apolloniano aveva costituito un modello già per Virgilio ( aen. 8, 18-25, ripreso da Silio Italico 7, 141-45); ma l'immagine è anche in Epitteto (3, 3, 20-22) e Dione di Prusa (21, 23-24, 2).

23. Una fine indagine psicologica del personaggio di Medea in Apollonio è nelle note di commento di Paduano al III libro delle Argonautiche (1986).

24. Le espressioni delle rr. 29-30 ( ) sono ricorrenti in Aristeneto: cfr. 1, 14, 10-11 ( ) e 2, 7, 43 ( ).

25. Vd. supra .

26. Sul passo di Senofonte Efesio vd. supra .

27. Per l'immagine dei "torrenti di lacrime' (rr. 21-22) cfr. già Eschilo ( A. 888-89v), Sofocle ( Ant. 803, Tr. 851; E. HF 98-99 e 450), Caritone (1, 3, 6; 2, 3, 6; 6, 7, 10); nella letteratura greca conservata non mancano, comunque, immagini simili (cfr., ad esempio, A. Pr. 399-400; S. Tr. 919; E. Ph. 370, fr. 573, 2 N. 2 = J.-vL.; per la congetturale presenza dell'immagine del "fiume di lacrime' in Men. Sic . 219-20, probabilmente riferita al miles amatorius Stratofane, vd. Belardinelli (1994:178); in generale, per queste espressioni metaforiche cfr. Arnould (1990:135) e, ancora, Belardinelli (1994:178).

28. La fonte delle rr. 36-37 () è il Contadino menandreo (v. 85: ; non va, tuttavia, dimenticato che il connota l'atteggiamento di Trasonide, sofferente d'amore, nel prologo del Misoumenos menandreo: cfr. v. 7). L'atto di sfregarsi le mani è sintomo di sussiego misto a nervosismo in Caritone (2, 10, 3) e in Alcifrone (1, 19).

29. Sull'incapacità di Medea di rimanere tranquilla cfr. anche 3, 645-55, dove il contrapporsi simmetrico di desiderio e pudore induce nella protagonista movimenti polari: «Disse e, alzatasi dal letto, aprì la porta della stanza, vestita della sola tunica e a piedi nudi: desiderava vedere sua sorella e varcò la soglia del cortile, ma poi lungo tempo si trattenne nel vestibolo della stanza, trattenuta dalla vergogna; dopo si volse e tornò indietro; e dalla sua camera di nuovo andò fuori e di nuovo indietreggiò: inutilmente i piedi la portavano avanti e indietro. Quando avanzava, la vergogna la tratteneva dentro; trattenuta dalla vergogna, il desiderio sfrontato la spingeva. Per tre volte tentò e si fermò per tre volte. Alla quarta si sentì mancare e cadde prona sul letto»).

30. Sull'immagine, alimentata dalla memoria saffica, vd. Bonanno (1990:159-62); Apollonio, con il contributo latente di Saffo, costituisce, peraltro, il precedente anche dell'immagine attestata nel secondo idillio teocriteo (v. 82), per cui Eros, in qualità di fuoco, colpisce Simeta come fosse un dardo. Sugli altri referenti dell'immagine vd. ancora Bonanno (1990:161).

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